Come back home.

C’è stato un tempo che non tornerà. Un tempo in cui tutto era meraviglioso. L’immaginazione era tutto, nell’attesa che la vita soffiasse l’anima nei sogni e li rendesse, prima o poi, presto o tardi, reali. C’è stato un tempo in cui si poteva guardare il sole tra i rami degli alberi spogli e sentire fortemente che tutto era al posto giusto, che la vita era lì ad un passo mentre si guardava la strada dal finestrino posteriore di una macchina. Sentieri innevati, case di legno, gli school bus gialli e neri che emanavano un’aura di certezza. Le buste di carta della spesa – help your mama when you get home. E il rumore dei carrelli che si scontrano leggeri nelle file. C’è stato un tempo in cui le scelte non avevano nulla a che fare con il tempo perché in fondo il tempo non esisteva. Il tempo era un’invenzione dei grandi. Il tempo era infinito perché infinita era la forza dell’immaginazione per cui spazio e tempo non erano altri che una delle possibili forme della realtà.

Quanto posso resistere ancora in questo mondo, in questa vita, quando so che non ci sarà mai nulla di più vero, mai nulla di più perfetto nella mia esistenza? Tutto ciò che è e sarà, sarà solo un pallido riflesso di ciò che fu. Questa vita si è subito portata via la gioia bruciando perfettamente in un giorno di Sole. Un fuoco che tornando al cielo ha lasciato un’anima vuota, orfana di riferimenti, con una teca di ricordi da onorare ed un messaggio indecifrabile: come back home.
Ed io, condannato a guardare al futuro attraverso gli occhi del passato, ho promesso un’assurda fedeltà al tempo, ed oggi non so più dove guardare. Oggi non so più quale sia la strada del ritorno.

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Rumore

Le voci, le risa, i gesti. L’angoscia che tutto passi e si disperda. Ma anche il silenzio. Quello umano. Quello voluto. Di cose non dette, strozzate in gola. Quel silenzio intervallato dal respiro, segno inequivocabile di vita. E di lacrime. E di voglia di esplodere perché tutto si chiarisca, perché una volta per tutte la vita ti indichi la strada, togliendo la fatica, la difficoltà, l’ansia di cercare con gli occhi un segno, una luce, una via nel sole. Prima di perdere le forze. Prima che finisca il tempo.

Alla voce preferisco il silenzio. Lascia al cuore quella strana idea che qualsiasi cosa sarebbe potuta essere detta piuttosto che la certezza della banalità, l’imbarazzo della forma o la freddezza della cortesia.

Forse viviamo nel posto più rumoroso della nostra galassia. Ma tutto inevitabilmente non uscirà dai confini di questo pianeta.

Né le voci che furono, né i silenzi che mai vennero rotti.

Lascaux

Lascaux. 17500 anni fa.
Come un urlo, come un grido che attraversa il tempo, lo spazio, la storia, le coscienze. La necessità di lasciare un segno, di lasciare un pezzo della propria anima. Senza la paura, senza freni, inconsapevolmente.

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Il tempo mi sgretola. Sto sbiadendo a poco a poco. E resta sempre meno tempo, sempre meno luce, sempre meno forza.
Mi sto spegnendo e di tutte quelle speranze non resterà nulla.

Les jeux sont faits.

Ricado stanco.

Eppure tutto evolve,
tutto ruota
tutti trovano
lentamente
la loro randomica
collocazione.

La mia roulette
non smette ancora di girare.
E resto immobile
sbalzato qua e là
[nel cuore,]
ad aspettare.

Immagine

[domenica, 13 Maggio 2007, from Nothing Can Be Done]

Sorprendimi

Sorprendimi
come la Luna sorprende la notte
sorgendo all’improvviso tra i monti.
Sorprendimi
come nel buio delle strade di campagna
le lucciole d’estate
d’incanto ti indicano la via.
Sorprendimi,
prima che questo bagliore del tramonto
si spenga nel silenzio dell’oscurità
portando via con sé i colori della luce.

I’m So Very Tired.

Perché tutto è sempre sull’orlo del precipizio? Perché si passa dalla noia all’euforia per poi ricadere miseramente nella mediocrità dell’esistenza? Sono stanco. Sono maledettamente stanco. Io e tutto il resto sempre impauriti, impauriti dal guardare in faccia i veri contorni delle cose, di definire i colori, il bianco ed il nero; terrorizzati dal prendere una chiara posizione e schierarsi finalmente. Mi sembra sempre di camminare su un filo – io funambolo inesperto in cui tendo le braccia in cerca di un equilibrio che non trovo mai. Sempre io quello che si entusiasma per le cose che non interessano a nessuno, o si entusiasma per chi di quell’entusiasmo non se ne fa proprio nulla.

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Abnegazione. Questa è la parola che devo eliminare dal mio vocabolario. Troppe volte sempre pronto a mettermi da parte, sempre pronto ad annullarmi per un entusiasmo illusorio, per un entusiasmo che non trova sintonia.

Sì, entusiasmo, ἐνϑουσιασμός, avere dio dentro di sé… Ma quale dio? Quale?? Un dio pagano? Un dio alieno? Un dio sconosciuto che non desta ammirazione, che non desta stupore, né desta reverenza e nemmeno timore. Che me ne faccio della manifestazione dentro me di un dio che non vale nulla per nessuno??

Non cerco seguaci. Ma cerco un legame. Cerco questo cielo azzurro che oggi mi stordisce. Cerco il riflesso del sole sulle auto parcheggiate. Cerco quel profumo di primavera che mi fa venire voglia di sparire nella brezza. Cerco quelle parole, tranquille, serene, sussurrate, quelle parole che io non ho avuto paura di dire. Cerco quelle parole vane, suggerite di nascosto dal quel dio sconosciuto che mi porto dentro. E cerco un ritorno, quel momento in cui vorresti solo sentirti dire, “aspetta, fermo lì, non fare nulla, non preoccuparti, arrivo io da te”.

The Big (and Defective) Picture

La vita è un gioco di incastri. Non solo nella dimensione spaziale, ma anche nella dimensione temporale. Alcuni pezzi poi si incastrano nonostante non siano quelli giusti o quelli contigui. Si incastrano e spesso con difficoltà si riescono a prendere e a spostarli nel punto giusto. Anzi alle volte è impossibile perché la variabile tempo va sempre e soltanto avanti e non c’è possibilità di spostarsi da un punto all’altro se non nella dimensione spaziale. Allora nel quadro generale resta un vuoto, o un’immagine confusa, o un contorno completamente insensato. E resta lì. Il problema, o più probabilmente la bellezza di tutto questo è che in effetti, questi difetti dell’immagine completa si possono solo osservare da una certa distanza, e nella loro storica fissità, conferiscono una poesia ed un fascino inatteso che forse – chi lo sa – forse è più bello, più umano, più giusto del quadro perfetto.

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