Come back home.

C’è stato un tempo che non tornerà. Un tempo in cui tutto era meraviglioso. L’immaginazione era tutto, nell’attesa che la vita soffiasse l’anima nei sogni e li rendesse, prima o poi, presto o tardi, reali. C’è stato un tempo in cui si poteva guardare il sole tra i rami degli alberi spogli e sentire fortemente che tutto era al posto giusto, che la vita era lì ad un passo mentre si guardava la strada dal finestrino posteriore di una macchina. Sentieri innevati, case di legno, gli school bus gialli e neri che emanavano un’aura di certezza. Le buste di carta della spesa – help your mama when you get home. E il rumore dei carrelli che si scontrano leggeri nelle file. C’è stato un tempo in cui le scelte non avevano nulla a che fare con il tempo perché in fondo il tempo non esisteva. Il tempo era un’invenzione dei grandi. Il tempo era infinito perché infinita era la forza dell’immaginazione per cui spazio e tempo non erano altri che una delle possibili forme della realtà.

Quanto posso resistere ancora in questo mondo, in questa vita, quando so che non ci sarà mai nulla di più vero, mai nulla di più perfetto nella mia esistenza? Tutto ciò che è e sarà, sarà solo un pallido riflesso di ciò che fu. Questa vita si è subito portata via la gioia bruciando perfettamente in un giorno di Sole. Un fuoco che tornando al cielo ha lasciato un’anima vuota, orfana di riferimenti, con una teca di ricordi da onorare ed un messaggio indecifrabile: come back home.
Ed io, condannato a guardare al futuro attraverso gli occhi del passato, ho promesso un’assurda fedeltà al tempo, ed oggi non so più dove guardare. Oggi non so più quale sia la strada del ritorno.

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Unaccustomed Earth

“Human nature will not flourish, any more than a potato, if it be planted and replanted, for too long a series of generations, in the same worn-out soil. My children have had other birthplaces, and, so far as their fortunes may be within my control, shall strike their roots into unaccustomed earth.” – N. Hawthorne

Questo è e sarà uno dei crucci più grandi della mia vita. Il motivo per cui non mi sentirò mai completo, mai sufficientemente all’altezza di questo pianeta.

DNA

È già scritto. È nel mio sangue. È nel mio DNA. In quell’intreccio che non regge nulla ma resta interrotto come vimini spezzato.
È nella mia storia, nell’eterno rincorrere grandi cose senza mai volerle davvero, senza mai accettare la responsabilità di una scelta.
È nelle mie frasi lasciate a metà, come le canzoni o i romanzi. Come l’amore che non è mai affar mio se non per il gusto amaro della sofferenza.

“Fortune est par dessus les drois”

Il tempo, questo traditore.

Trascorrono i millenni, la storia si dipana in tutte le sue trame ma poi l’uomo resta sempre uguale a se stesso, oppresso dalle medesime paure, quelle più profonde che assillano l’anima, soffocano il cuore e annebbiano la mente. E si ritrova a combattere con i dubbi, con la transitorietà dei legami, con il terrore del destino che in ogni istante può traballare, cambiare, gettare tutto nel fango oscurando la luce, chiudendo tutti gli spiragli.

Ogni epoca ha il suo conforto. Ogni epoca ha il suo oppio.

Eppure io non trovo nessun conforto in quest’epoca. Nulla che possa mettere a tacere la ragione, o la fredda realtà delle cose. Tutto è rigorosamente spiegato. Tutto – anche se ignoto – è necessariamente legato a ciò che realmente è e null’altro può essere. Una dittatura della scienza che non lascia spazio a nessuna meraviglia, a nessun mistero.
E guardo con nostalgia all’uomo di ieri che ai dubbi di oggi replicava affidandosi alla sapienza delle sfere celesti e rimandava le risposte ad altro tempo.

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Chissà, mi chiedo se l’idea che da sempre l’uomo si dimeni per le medesime tribolazioni possa in qualche modo essere un conforto. Un modo per condividerne il peso.

La scienza ha facilitato la vita ed il suo fluire. Ma ha reso difficile accettare la morte.

Magnolia

Vorrei sorridere, vorrei perdere questi pensieri di morte che mi assillano. Vorrei tornare a fiorire incurante del tempo che passa. Non mi è mai importato nulla di invecchiare. Ho sempre avuto paura che gli altri invecchiassero, che tutto potesse all’improvviso passare e lasciarmi infinitamente solo. Forse è per questo che ho sempre cercato di schivare i legami. Perché ero già intrappolato da quelli ovvi e naturali che giorno dopo giorno affondano sempre più dentro di me come radici di magnolia, pur sapendo che arriverà il momento in cui un vento forte sradicherà tutto, lacerando la mia pelle, spezzando il mio cuore.

Generazione.

C’è talmente poco in questa mia esistenza rinsecchita che oramai non riesco più a pensare. Sono talmente vuoto, talmente disilluso che si è spenta tutta la creatività, tutta la curiosità, tutta la voglia di esplorare la vita, l’umanità, i libri, le parole. Forse è la vecchiaia. Forse solo la mancanza di serenità. O semplicemente la delusione di non avere nulla di quello che speravo anche solo 10 anni fa. Per non parlare di 15. O 20. Trovare la forza di risorgere. In qualche modo. Da qualche parte. Trovando il coraggio di aprire le tende, spolverare le credenze, far entrare il Sole.

Ci sono sofferenze che non sopporterò già lo so. Distacchi che arriveranno (spero il più tardi possibile) e per quanto possa pensarci non ne sarò mai preparato. Ma allo stesso tempo non è giusto basare la propria vita sul distacco, sulla incapacità di gestire la paura di restare irrimediabilmente soli, ma più che altro sulla paura che tutto oramai sia diverso e che nulla potrà mai essere come prima come tanti anni fa quando tutto era facile e bellissimo… Eppure sono anni, forse 20 o 25 che le cose non sono più come prima. Forse ho perso anche la speranza.

Ma probabilmente è il momento di crescere. Perché a dispetto del mio aspetto, dentro me da troppo troppo tempo conservo la fragilità di chi ha appena perduto per sempre l’infanzia e si accinge a percorrere lande grigie, senza più colori, senza più sorrisi, senza più giochi, senza più dolori curabili soltanto con amore e certezza. Ma soprattutto conservo il terrore di chi deve condursi piuttosto che essere condotto.

Crescere purtroppo è abbracciare l’incertezza, crescere è non cedere al dubbio di aver sbagliato strada ad ogni bivio.

La mia generazione è una generazione maledetta non perché controversa, ma perché troppo appiattita dal benessere, da un ottimismo che oramai non ha più ragion d’essere.

Lascaux

Lascaux. 17500 anni fa.
Come un urlo, come un grido che attraversa il tempo, lo spazio, la storia, le coscienze. La necessità di lasciare un segno, di lasciare un pezzo della propria anima. Senza la paura, senza freni, inconsapevolmente.

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Il tempo mi sgretola. Sto sbiadendo a poco a poco. E resta sempre meno tempo, sempre meno luce, sempre meno forza.
Mi sto spegnendo e di tutte quelle speranze non resterà nulla.