January and February

Pubblico qui un racconto (autobiografico) che scrissi nel lontano 2003. Ritrovato per caso ricordando la tragedia dello Shuttle Challenger a 30 anni di distanza.


January 28, 1986

11:00 am
Ci hanno detto di sederci. È venuta anche Mindy e perfino Mrs Cox. Sono tornato al mio banco e ho poggiato la testa tra le braccia. Sono stanco. Ho voglia di giocare ancora un po’ con gli altri.
Mindy è andata ad abbassare le tendine nell’aula. Non capisco cosa stiano organizzando. Forse una nuova noiosa visione di quel cartone animato sui Padri Pellegrini?…

11:05 am
Mi sbagliavo. Non hanno abbassato lo schermo ma in compenso hanno portato un televisore nell’aula. È poggiato su un carrello. È strano vedere un televisore in un‘aula di scuola. Siamo tanti e il televisore è piccolo. Forse anche un po’ vecchio. L’atmosfera è improvvisamente eccitante.

11:10 am
Hanno appena finito di montare il televisore e l’hanno acceso. Si vede bene dal mio banco. Nell’aula filtra un po’ di luce tra le tende. Fuori c’è il sole. Dopo sul prato ci sarà da divertirsi.

11:12 am
Con sorpresa mi sono accorto che per televisione si vede ora lo Shuttle sulla rampa di lancio e in alto a sinistra c’è il conto alla rovescia. Ms Cave ci ha detto di stare attenti perché oggi una maestra volerà nello spazio ed è la prima volta. Quindi vedremo in diretta il decollo.
La cosa mi riempie di emozione. Sono stato a Cape Canaveral nelle vacanze di Natale. Ho visto lo Shuttle Columbia mentre era in riparazione. Era in preparazione del lancio che c’è stato qualche settimana fa.

11:15 am
Con Austin mi sono divertito ad elencare i nomi degli Shuttle. Columbia, Challenger, Discovery, Atlantis. Io ho detto anche Enterprise, anche se non è un vero shuttle perché nessun astronauta ci ha mai volato. Austin ha detto che non era valido.
Ms Cave ci ha ripresi. Ha detto che dovevamo stare attenti.

11:22 am
La direttrice dall’altoparlante dell’aula ci ha spigato di nuovo la stessa cosa. Dobbiamo essere orgogliosi di questa maestra perché porta un po’ di tutti noi alunni nello spazio. È bello questo fatto. Anche io vorrei andare nello shuttle. Anche io vorrei diventare astronauta. Anche Ali mi ha detto che vorrebbe. Magari più tardi giochiamo a fare gli astronauti.

11:30 am
Ms Cave è in piedi di fianco al televisore. L’uomo che commenta alla tv ci dice che sulla rampa c’è il Challenger. Ogni tanto passa la foto della maestra. Si chiama Christa McAuliffe. Una volta in orbita mostrerà a tutti, come in una lezione, come lavorano gli astronauti e come funziona lo Shuttle.
Ma quando parte? Fanno vedere solo quest’uomo che parla e non fanno vedere più lo shuttle sulla rampa.

11:37 am
E’ iniziato il count down ad alta voce. La rampa è deserta. Ad un tratto la telecamera riprende i tre motori del Challenger. Si accendono. Tutto sembra tremare.

11:38:00 am
Liftoff! È bellissimo vedere lo Shuttle sollevarsi. Quel rumore splendido, quel rombo assordante. Via, verso lo spazio! Cape Canaveral si riempie di fumo. Io ci sono stato lì, penso.
Tutti noi bambini siamo presi dal televisore. Gli occhi grandi e fissi. Anche Ms Cave, Mindy e Mrs Cox guardano attentamente senza muoversi.

11: 39:00 am
L’uomo alla tv dice che lo shuttle in pochi minuti arriverà in orbita. Mi chiedo fino a dove la telecamera riuscirà ad inquadrarlo. Chissà se si riesce a vederlo nello spazio.

11:39:13 am
Mentre il Challenger sale verso il cielo una strana nuvola bianca lo ricopre. Sembra fumo. Un attimo dopo c’è nel cielo solo una grossa esplosione. I razzi laterali continuano a volare da soli all’impazzata. Ci sono diverse scie nel cielo. Sembra una grande ipsilon.
Ma che succede? Dov’è il Challenger?

11:39:20 am
Ms Cave sottovoce, “Oh, my God! My God!”. Noi bambini non capiamo. C’è all’improvviso un silenzio terrificante. Poi dei sospiri. Che succede? Che succede? Mrs Cox è corsa fuori dall’aula e Mindy urla di nuovo: che succede?
Anche in tv nessuno parla. Ho il cuore che mi batte forte. Ma cosa è accaduto? Il commentatore con voce piatta dice incredulo: “obviously a major malfunction”.

11:40 am
Improvvisamente dall’altoparlante dell’aula la direttrice ci parla. La sua voce è rotta dal pianto e dai singhiozzi. “The Space Shuttle blew up!” ci dice tra le lacrime.
È esploso. È esploso il Challenger! Sono morti. Sono morti tutti! Tutti! Coinvolti dal pianto della direttrice anche noi bambini ci mettiamo a piangere. Ho paura. Cosa sta succedendo?, mi chiedo. Voglio tornare a casa! Ho molta, molta paura. Mi scendono le lacrime. Tante lacrime, mentre il televisore, in silenzio, continua a mostrare quel tratto di cielo azzurro vuoto ma ancora pieno di scie bianche…

In memory of Mission STS 51 – L (Space Shuttle Challenger)

To all of us, kids of America, that on January 28, 1986 were shocked by this tragic event. We will always keep this memory alive in our hearts and bear its dreadful images.
We will forever praise the 7 heroes who lost their lives on that January morning.

“I touch the future, I teach” – Christa McAuliffe

February 1, 2003

4:11 pm
Mi è arrivato un messaggio. Cristiana mi dice: “Hai visto cosa è successo allo Shuttle? È una tragedia!”.
Lascio tutto. Mi tremano le mani mentre poggio il cellulare. Ho gettato a terra i libri. Ho acceso il computer.

4:20 pm
Non ho il televisore. Vedo il sito della CNN. Guardo la BBC con il RealPlayer. La Nasa ha perso i contatti col Columbia al rientro. Ho il cuore che batte forte.

4:27 pm
Ho visto quelle immagini…È senza dubbio un’esplosione…
È successo… Oddio, è successo di nuovo. Quell’incubo si è ripresentato ai miei occhi. Quella ferita antica si è riaperta. Ma nessuno lo comprende. Nessuno, tra chi mi sta accanto.

Ho le lacrime che mi scendono come un bambino. Tremo e non ho nulla da dire.

Addio Columbia.

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Come back home.

C’è stato un tempo che non tornerà. Un tempo in cui tutto era meraviglioso. L’immaginazione era tutto, nell’attesa che la vita soffiasse l’anima nei sogni e li rendesse, prima o poi, presto o tardi, reali. C’è stato un tempo in cui si poteva guardare il sole tra i rami degli alberi spogli e sentire fortemente che tutto era al posto giusto, che la vita era lì ad un passo mentre si guardava la strada dal finestrino posteriore di una macchina. Sentieri innevati, case di legno, gli school bus gialli e neri che emanavano un’aura di certezza. Le buste di carta della spesa – help your mama when you get home. E il rumore dei carrelli che si scontrano leggeri nelle file. C’è stato un tempo in cui le scelte non avevano nulla a che fare con il tempo perché in fondo il tempo non esisteva. Il tempo era un’invenzione dei grandi. Il tempo era infinito perché infinita era la forza dell’immaginazione per cui spazio e tempo non erano altri che una delle possibili forme della realtà.

Quanto posso resistere ancora in questo mondo, in questa vita, quando so che non ci sarà mai nulla di più vero, mai nulla di più perfetto nella mia esistenza? Tutto ciò che è e sarà, sarà solo un pallido riflesso di ciò che fu. Questa vita si è subito portata via la gioia bruciando perfettamente in un giorno di Sole. Un fuoco che tornando al cielo ha lasciato un’anima vuota, orfana di riferimenti, con una teca di ricordi da onorare ed un messaggio indecifrabile: come back home.
Ed io, condannato a guardare al futuro attraverso gli occhi del passato, ho promesso un’assurda fedeltà al tempo, ed oggi non so più dove guardare. Oggi non so più quale sia la strada del ritorno.

Unaccustomed Earth

“Human nature will not flourish, any more than a potato, if it be planted and replanted, for too long a series of generations, in the same worn-out soil. My children have had other birthplaces, and, so far as their fortunes may be within my control, shall strike their roots into unaccustomed earth.” – N. Hawthorne

Questo è e sarà uno dei crucci più grandi della mia vita. Il motivo per cui non mi sentirò mai completo, mai sufficientemente all’altezza di questo pianeta.

DNA

È già scritto. È nel mio sangue. È nel mio DNA. In quell’intreccio che non regge nulla ma resta interrotto come vimini spezzato.
È nella mia storia, nell’eterno rincorrere grandi cose senza mai volerle davvero, senza mai accettare la responsabilità di una scelta.
È nelle mie frasi lasciate a metà, come le canzoni o i romanzi. Come l’amore che non è mai affar mio se non per il gusto amaro della sofferenza.

Rumore

Le voci, le risa, i gesti. L’angoscia che tutto passi e si disperda. Ma anche il silenzio. Quello umano. Quello voluto. Di cose non dette, strozzate in gola. Quel silenzio intervallato dal respiro, segno inequivocabile di vita. E di lacrime. E di voglia di esplodere perché tutto si chiarisca, perché una volta per tutte la vita ti indichi la strada, togliendo la fatica, la difficoltà, l’ansia di cercare con gli occhi un segno, una luce, una via nel sole. Prima di perdere le forze. Prima che finisca il tempo.

Alla voce preferisco il silenzio. Lascia al cuore quella strana idea che qualsiasi cosa sarebbe potuta essere detta piuttosto che la certezza della banalità, l’imbarazzo della forma o la freddezza della cortesia.

Forse viviamo nel posto più rumoroso della nostra galassia. Ma tutto inevitabilmente non uscirà dai confini di questo pianeta.

Né le voci che furono, né i silenzi che mai vennero rotti.

“Fortune est par dessus les drois”

Il tempo, questo traditore.

Trascorrono i millenni, la storia si dipana in tutte le sue trame ma poi l’uomo resta sempre uguale a se stesso, oppresso dalle medesime paure, quelle più profonde che assillano l’anima, soffocano il cuore e annebbiano la mente. E si ritrova a combattere con i dubbi, con la transitorietà dei legami, con il terrore del destino che in ogni istante può traballare, cambiare, gettare tutto nel fango oscurando la luce, chiudendo tutti gli spiragli.

Ogni epoca ha il suo conforto. Ogni epoca ha il suo oppio.

Eppure io non trovo nessun conforto in quest’epoca. Nulla che possa mettere a tacere la ragione, o la fredda realtà delle cose. Tutto è rigorosamente spiegato. Tutto – anche se ignoto – è necessariamente legato a ciò che realmente è e null’altro può essere. Una dittatura della scienza che non lascia spazio a nessuna meraviglia, a nessun mistero.
E guardo con nostalgia all’uomo di ieri che ai dubbi di oggi replicava affidandosi alla sapienza delle sfere celesti e rimandava le risposte ad altro tempo.

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Chissà, mi chiedo se l’idea che da sempre l’uomo si dimeni per le medesime tribolazioni possa in qualche modo essere un conforto. Un modo per condividerne il peso.

La scienza ha facilitato la vita ed il suo fluire. Ma ha reso difficile accettare la morte.

Lascaux

Lascaux. 17500 anni fa.
Come un urlo, come un grido che attraversa il tempo, lo spazio, la storia, le coscienze. La necessità di lasciare un segno, di lasciare un pezzo della propria anima. Senza la paura, senza freni, inconsapevolmente.

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Il tempo mi sgretola. Sto sbiadendo a poco a poco. E resta sempre meno tempo, sempre meno luce, sempre meno forza.
Mi sto spegnendo e di tutte quelle speranze non resterà nulla.