Unaccustomed Earth

“Human nature will not flourish, any more than a potato, if it be planted and replanted, for too long a series of generations, in the same worn-out soil. My children have had other birthplaces, and, so far as their fortunes may be within my control, shall strike their roots into unaccustomed earth.” – N. Hawthorne

Questo è e sarà uno dei crucci più grandi della mia vita. Il motivo per cui non mi sentirò mai completo, mai sufficientemente all’altezza di questo pianeta.

DNA

È già scritto. È nel mio sangue. È nel mio DNA. In quell’intreccio che non regge nulla ma resta interrotto come vimini spezzato.
È nella mia storia, nell’eterno rincorrere grandi cose senza mai volerle davvero, senza mai accettare la responsabilità di una scelta.
È nelle mie frasi lasciate a metà, come le canzoni o i romanzi. Come l’amore che non è mai affar mio se non per il gusto amaro della sofferenza.

Colors

Io che mi preparo a viaggiare di nuovo verso sud. Ma questa volta i miei pensieri si arrestano, desiderosi di sognare ma inevitabilmente cauti che tutto possa concludersi ora.

C’è tanta vita nascosta nel pensiero della fine.

Se le stelle vorranno dipingerò i miei colori nel momento stesso in cui li vedrò. E forse un giorno se ne avrò l’opportunità userò il linguaggio dell’arte per celebrare ciò che la memoria vorrà che io ricordi.

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Rumore

Le voci, le risa, i gesti. L’angoscia che tutto passi e si disperda. Ma anche il silenzio. Quello umano. Quello voluto. Di cose non dette, strozzate in gola. Quel silenzio intervallato dal respiro, segno inequivocabile di vita. E di lacrime. E di voglia di esplodere perché tutto si chiarisca, perché una volta per tutte la vita ti indichi la strada, togliendo la fatica, la difficoltà, l’ansia di cercare con gli occhi un segno, una luce, una via nel sole. Prima di perdere le forze. Prima che finisca il tempo.

Alla voce preferisco il silenzio. Lascia al cuore quella strana idea che qualsiasi cosa sarebbe potuta essere detta piuttosto che la certezza della banalità, l’imbarazzo della forma o la freddezza della cortesia.

Forse viviamo nel posto più rumoroso della nostra galassia. Ma tutto inevitabilmente non uscirà dai confini di questo pianeta.

Né le voci che furono, né i silenzi che mai vennero rotti.

“Fortune est par dessus les drois”

Il tempo, questo traditore.

Trascorrono i millenni, la storia si dipana in tutte le sue trame ma poi l’uomo resta sempre uguale a se stesso, oppresso dalle medesime paure, quelle più profonde che assillano l’anima, soffocano il cuore e annebbiano la mente. E si ritrova a combattere con i dubbi, con la transitorietà dei legami, con il terrore del destino che in ogni istante può traballare, cambiare, gettare tutto nel fango oscurando la luce, chiudendo tutti gli spiragli.

Ogni epoca ha il suo conforto. Ogni epoca ha il suo oppio.

Eppure io non trovo nessun conforto in quest’epoca. Nulla che possa mettere a tacere la ragione, o la fredda realtà delle cose. Tutto è rigorosamente spiegato. Tutto – anche se ignoto – è necessariamente legato a ciò che realmente è e null’altro può essere. Una dittatura della scienza che non lascia spazio a nessuna meraviglia, a nessun mistero.
E guardo con nostalgia all’uomo di ieri che ai dubbi di oggi replicava affidandosi alla sapienza delle sfere celesti e rimandava le risposte ad altro tempo.

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Chissà, mi chiedo se l’idea che da sempre l’uomo si dimeni per le medesime tribolazioni possa in qualche modo essere un conforto. Un modo per condividerne il peso.

La scienza ha facilitato la vita ed il suo fluire. Ma ha reso difficile accettare la morte.

Magnolia

Vorrei sorridere, vorrei perdere questi pensieri di morte che mi assillano. Vorrei tornare a fiorire incurante del tempo che passa. Non mi è mai importato nulla di invecchiare. Ho sempre avuto paura che gli altri invecchiassero, che tutto potesse all’improvviso passare e lasciarmi infinitamente solo. Forse è per questo che ho sempre cercato di schivare i legami. Perché ero già intrappolato da quelli ovvi e naturali che giorno dopo giorno affondano sempre più dentro di me come radici di magnolia, pur sapendo che arriverà il momento in cui un vento forte sradicherà tutto, lacerando la mia pelle, spezzando il mio cuore.

I riflessi della città

Si spengono le luci. Nella stanza buia si diffondono i riflessi della città. Il colore nostalgico dei lampioni. Il silenzio della strada che quasi si proietta sul soffitto. Gli occhi aperti brillano. Non dormo.
Un motore in lontananza, una portiera, poi il ritmico suono di passi. Un bel vestito probabilmente, e la borsa di cuoio e le chiavi, il foulard. Il portone che sbatte. E poi il nulla. Respiro.
Forse è solo la città, lontano da qui, altrove, in quei luoghi dove la vita batte sempre, dove il ritmo non si esaurisce mai. Se mi affacciassi ora vedrei la strada deserta, statica, scolpita nella luce arancione. Vedrei con gli occhi l’immobilità, il vuoto, gli spigoli definiti dei marciapiedi, le auto disabitate, le ringhiere metalliche, vedrei i fiori scoloriti sui balconi. Eppure ci sarebbe di più. In tutto questo ci sarebbe molto di più. Qualcosa di invisibile. Qualcosa che solo l’anima avvertirebbe. La traccia di ciò che è stato. La persistente presenza di tutti i pensieri passati di qui, in quest’angolo di strada. L’eterno meccanismo incastrato dal silenzio che si ripete di continuo. Un’eco che non si attenua mai se non quando è corrotta dalle prime luci del mattino: la vita che ricomincia.