Tokyo Blues.

A volte è come trascinare una valigia pesante. Così, mentre cammino impacciato tra la gente, tra le cose, le strade, i fossi nell’asfalto, le cadute impreviste, mentre guido con un nodo allo stomaco, mentre sudo parlando col mio capo, mentre incespico con le parole con i ticchettii dei miei meccanismi mentali ossidati e balbuzienti. Sono così. Sono proprio così. Intriso di ansia, di ansia ingiustificata, di momenti di puro smarrimento. Non sono io. O forse sì. O forse… Mi perdo, poi risalgo la corrente, e via sulla cresta dell’onda, on the top of the world, ma mai più di tanto e mai davanti a chi merita di essere guardato dall’alto in basso. Eppure non riesco a permettermelo nonostante le carte in regola, i certificati virtuali di un’esperienza di vita. Sono un povero illuso, uno che pensa che gli altri vedano e capiscano e notino tutto esattamente come faccio io, con la stessa dedizione, con la stessa speranza, con la stessa illusione di essere un po’ più ben accetto, un po’ più libero.

Sulle sopraelevate i treni passano accompagnati da un rumore metallico assordante. Ma, confuso tra le strade e le migliaia di persone che camminano in gruppi, è un sottofondo che si perde tra risate e passi. Al tramonto tutti che si affrettano verso i locali, i ristoranti, i caffè, le stazioni della metro. Agli angoli delle strade donne e uomini con cartelli strillano pubblicità, pasti completi, momenti di relax dopo lo stress della giornata. Adesso è il momento di sbottonarsi un po’ la camicia, e allargare il nodo alla cravatta per quei pochi che la portano. Sedersi finalmente in qualche ristorante fumoso e rumoroso al secondo o terzo piano di un palazzo. Qualche pinta di birra, un bicchierino di sakè davanti a un piatto di gamberetti da sbollentare, gustando pezzi di sashimi, tempura di verdure, un po’ di riso per finire il pasto tra una sigaretta e l’altra, e le risate di una cameriera che abilmente schiva i piatti e i bicchieri di troppo messi da parte per terra dai clienti. Nel via vai di corridoi stretti, tra il calore delle pentole che bollono sui piccoli tavoli del ristorante, “il conto, per favore” e con un inchino rispettoso nemmeno uno yen di troppo e via giù nell’ascensore verso la strada, verso la vita notturna, la folla, i fumi dell’alcool tra risate e dolci sorrisi mai aggressivi. Tra la gente che col viso chino sul telefono, corre verso i treni per non perdere l’ultimo passaggio verso casa. Un po’ d’aria buona passeggiando tra le luci della città in movimento. Un po’ di vento che spira dalla baia, che fa vibrare la superficie del mare. Il riverbero della Luna quasi piena che si riflette sui grattacieli di vetro, sull’asfalto dei quartieri movimentati, sui tetti metallizzati di centinaia di taxi che ordinati e lenti procedono sulle strade intricate del centro. Aprono e chiudono le porte ai clienti, ai gruppi di ragazze in kimono, agli uomini d’affari. E illuminano la notte fino all’ora più tarda, quando perfino le insegne luminose sono quasi tutte spente ed il silenzio ritorna a rivivere indisturbato fin quando alle prime luci del mattino il rumore degli Shinkansen verso Osaka rompe d’improvviso la quiete.